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Press talk – dialoghi sul giornalismo dall’IJF2010

April 23rd, 2010

Paul Steiger, fondatore del sito di giornalismo investigativo ProPublica, che ha appena vinto il premio Pulitzer, per la prima volta assegnato a una inchiesta della reporter Sheri Fink pubblicata su una testata online, ci spiega gli ingredienti e gli obiettivi che aveva in mente quando ha fatto nascere questo progetto nel 2007.

“All’inizio c’era un obiettivo preciso, che nel nostro caso era quello di accendere una luce su tutte le situazioni in cui il potere diventa abusivo e quindi ha effetti negativi sulla comunità. Poi abbiamo costruito un gruppo di giornalisti bravi e li abbiamo organizzati in modo da poter lavorare su temi diversi: la salute, l’ambiente, questioni politiche, e via dicendo. Abbiamo creato un ambiente dinamico, una newsroom, dove questo gruppo di persone potesse lavorare senza avere l’impressione di dover produrre dei paper scientifici. E infine ci siamo occupati della distribuzione: pubblicare i nostri articoli sul sito è uno dei modi di renderli pubblici, ma era necessario associarci e collaborare con le testate già esistenti per raggiungere un pubblico ben più ampio. E così abbiamo fatto. I nostri articoli sono finiti in prima pagina sul New York Time, sul LA Times, sul Washington Post, in prima serata su 60 minutes, e così via. Oggi abbiamo all’attivo più di 40 collaborazioni su 100 progetti diversi.”

Che tipo di abilità sono richieste ai vostri giornalisti? Quanto è importante la competenza tecnologica non solo nella fase di distribuzione ma anche in quella di produzione?
Moltissimo. In effetti oggi i nostri migliori reporter devono essere capaci di usare la tecnologia proprio nella fase di raccolta dati. Utilizziamo il CAR (computer assisted reporting) e questo significa saper analizzare non solo un database ma anche combinarne 2 o 3, fare analisi di correlazione e di multivarianza, per individuare le informazioni importanti. E’ importante saper utilizzare strumenti di visualizzazione e di produzione di immagini. E’ importante gestire bene le relazioni, ad esempio sfruttando le mail e altri sistemi di gestione per mantenere i contatti con gli oltre 4000 volontari che ci aiutano nel lavoro di reporting distribuito sul territorio nazionale. Diventano utilissimi giornalisti che hanno un background scientifico, capaci di utilizzare strumenti matematici e statistici, una competenza ancora troppo rara.

E’ un po’ come dire che la stessa produzione di informazione segue un processo simile a quello della ricerca scientifica?
Sì, in effetti. Le persone con capacità analitiche sono essenziali in questo lavoro. Per esempio, troppo spesso vengono male interpretati i risultati di un sondaggio o i dati di una ricerca medica, mentre questi sono elementi fondamentali per dare una corretta informazione.

Però, per rimanere in questa metafora del lavoro scientifico, produrre dati in modo accurato e verificabile richiede tempo, mentre i tempi dell’informazione sembrano sempre più accelerati. Dove sta l’equilibrio tra queste due esigenze?
E’ necessario arrivare primi, ma al tempo stesso è necessario dare informazioni corrette e fare bene il lavoro. La scommessa è tutta qui: trovare il giusto ritmo, lavorare velocemente ma non fare errori. Una delle cose più utili che un editor può fare per i suoi giornalisti è aiutarli a trovare il giusto senso di ‘urgenza’ senza esagerare.

Lei ha citato, tra i vostri obiettivi, quello di favorire l’empowerment delle persone. in che senso? Cosa vuol dire?
Faccio prima a spiegarlo con due esempi. Una delle nostre inchieste, pubblicate sul LA times dopo più di un anno di lavoro di ricerca, ha fatto sì che il governo della California intervenisse per ritirare la licenza a un gruppo di infermiere che erano già state licenziate per aver maltrattato in modo molto grave diversi pazienti in una clinica. Erano state licenziate, ma avevano potuto mantenere la licenza e quindi avrebbero potuto lavorare in altre cliniche continuando a comportarsi in modo scorretto. Dopo la pubblicazione dell’articolo, il governatore stesso della California è intervenuto per risolvere la questione. Un altro esempio è proprio quello dell’inchiesta che ha vinto il premio Pulitzer. In questo caso, la reporter ha dimostrato che dopo l’uragano Katrina, in New Orleans, nell’ospedale che ha subito enormi danni, guasti elettrici e inondazioni, alcuni medici e infermiere hanno deciso di uccidere con una dose letale di morfina alcuni pazienti che non avrebbero potuto, secondo loro, essere evacuati. L’inchiesta dimostrava che questa decisione sbagliata è nata, in parte, anche dal fatto che i medici non sapevano come comportarsi nel mezzo di quell’emergenza drammatica. Ora ci sono gruppi di medici in tutto il paese che stanno lavorando a dei protocolli di comportamento nella gestione di emergenze di questo tipo. In una democrazia si cerca continuamente di ridefinire il sistema prescelto per prendere decisioni corrette nei confronti dei propri cittadini, e i giornalisti hanno un ruolo fondamentale da giocare in tutto questo.

Si può dire quindi che la tecnologia ha migliorato la qualità del lavoro giornalistico ma che al tempo stesso non dobbiamo dimenticare il vecchio modo di fare questo lavoro, il suo significato essenziale?
Esattamente. I principi fondamentali del giornalismo sono di lavorare duramente per individuare le verità più importanti e per comunicarle. E questo era vero cent’anni fa ed è vero ancora oggi.

Ascolta per intero l’audio originale dell’intervista

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  1. May 4th, 2010 at 22:05 | #1

    Great information. It’s really useful. Thanks

  1. April 24th, 2010 at 13:17 | #1